Idee Sommerse

Pensieri

Nella locanda “La cinghia del gigante”, il variopinto gruppo aveva ricevuto la migliore accoglienza da parte dell’oste e di chiunque avesse buona ragione di apprezzare il denaro che quell’evento rappresentava.
I vari componenti di questo circo itinierante approfittarono dei nuovi agi a modo proprio, ora sollazzandosi con il cibo, ora immergendosi in un bagno caldo, ora facendosi viziare dal personale di servizio con vini e altri spiriti.
Solo l’uomo di metallo sembrava immune a quelle distrazioni, probabilmente anche per il fatto che cibo, vino e donne non costituivano più nulla di sensibile, simulacro di una passata umanità e ombra di una vita pulsante proiettata dalla grande sagoma di metallo che ora occupava.
Dopo aver quindi assistito allo spettacolo offerto dai propri compagni di ventura, prese congedo e si rifugiò nella propria camera. Non aveva nemmeno più bisogno di riposare, non nei termini comunementi diffusi, ma ritirarsi in uno spazio appartato gli concesse il tempo di fare il punto della situazione e di riordinare i propri pensieri.

Abbandonò quindi, dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, il pesante mantello sul letto. Appoggiò la pesante arma alla porta e trascinò una robusta sedia davanti alla finestra, in modo da poter guardare il cielo notturno. Il freddo non sarebbe stato un problema; aprì quindi la finestra e spense le candele che danzavano allegre al centro del piccolo scrittoio proprio alla base della finestra stessa.
Si distese sulla sedia, ciondolando all’indietro e appoggiando i pesanti stivali corazzati sul piano di scrittura. Se avesse ancora avuto dei polmoni, si sarebbe concesso un lungo sospiro, per lenire la stanchezza. Ma nemmeno la stanchezza era qualcosa che gli appartenesse più.
Gli occhi, bordati di un tenue bagliore rosso, si fissarono sulle stelle e lasciò che la propria mente vagasse libera.
Alle spalle, si erano da poco lasciati quello che avevano appreso essere un demone. Un antico demone, il Signore dei Ratti, capace di usare non solo i pestiferi roditori, ma anche le carcasse degli sventurati tumulati in ciò che definiva sua dimora. E contro quei burattini avevano scaricato molte delle proprie energie, fino a riuscire in qualche modo a contenere la minaccia e riprendere il cammino.
Alle spalle, anche i resti di uno sventurato bambino che per caso si era imbattuto in quell’antica struttura, e in essa aveva trovato la fine.
Alle spalle, le lacrime di una famiglia che però, grazie a Kalin, aveva almeno una tomba su cui piangere.

Davanti, invece, un incarico importante, forse troppo.
Ed era questo che tormentava l’ex Capitano: sebbene sapessero tutto di loro, persino di quello che era successo a Codron, l’incarico che stavano consegnando loro era di un’importanza enorme, esagerata per le capacità del gruppo. Non per niente la donna li aveva aprostrofati: “inesperti”.
In giorni più caldi, avrebbe risposto a tono, ma ora non poteva negare l’evidenza dei pensieri della donna.

Certo, erano sconosciuti. Ma il fatto che il “gioco” si fosse spostato su una scacchiera così grande turbava la cosa conosciuta come Dokk. Era consapevole d’essere un pedone, anzi, che tutti loro insieme fossero considerati come un unico pedone. E ancora lo turbava il fatto che a un pedone fosse stato dato il compito di abbattere la Regina. Distruggere una risorsa che, se verificata, avrebbe potuto sanare la guerra dell’Est e, se replicata, avrebbe potuto portare la pace nei Regni… Una pace armata, vero, ma pur sempre una pace.
Questo perché il timore che potesse essere usata contro la mano che l’impugnava era troppo forte.
Un lampo accese la luce rossa nei suoi occhi, al pensiero di poter far propria quell’arma. Ma le parole che aveva pronunciato la donna erano state fin troppo chiare: sapeva benissimo che non l’avrebbero mai fatto.

Quindi rimaneva solo la missione: attraversare due regni, raggiungere il fronte, trovare Pettilhammer e, agghindati come emissari del Re, una volta compresa la natura dell’arma, distruggerla.

Ma qualcosa continuava a sussurrare nel fondo dei suoi pensieri, e finalmente iniziata a prendere forma: demoni.

L’incontro con un demone l’aveva condannato alla forma che occupava ora; la venerazione di un demone aveva trasformato Lady Rose nell’inquietante figura che aveva partorito l’aborto che strisciava nelle caverne sotto la magione. E ancora: il cammino dopo Limmerick li aveva gettati nelle braccia di un altro demone sepolto.
Tigersoul aveva descritto l’incontro con i demoni come qualcosa di estremamente raro, eppure sembrava che il gruppo ne avesse in qualche modo attirato l’attenzione.
E se fosse mai stato possibile… sì, perché no? Come aveva perso il proprio corpo, doveva esserci un modo di tornare a sentire il vento sulla pelle, di abitare nuovamente una pelle, sentendo il cuore battere, provando la fame e il sonno, la sete e il desiderio.

Non si sarebbe lasciato fuggire l’occasione di poter tornare umano. E quel pensiero, come un chiodo incandescente, gli si piantò saldo nella mente, divenendo un nuovo motore, una nuova motivazione per andare avanti. Probabilmente non sarebbe mai successo, ma non aveva mai nemmeno pensato di diventare quello che era adesso.

Il cammino che avevano davanti sarebbe sicuramente stato lungo e, in un modo o nell’altro, i demoni sarebbero tornati lungo quello stesso sentiero.

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Alessandro_Master sh0uzama

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