Idee Sommerse

Risvegli

Il primo sole filtrava a stento dalle finestre serrate del capanno.

La polvere avvolgeva scaffali, tavoli ingombri di ogni genere d’oggetti e l’odore dei libri prigionieri dell’umido permeava l’ambiente.
Un uomo dai lineamenti duri e dal corpo robusto sonnecchiava su uno scranno coperto da un lenzuolo bianco.

Su un tavolaccio poco distante, circondato da una serie di oggetti diversi, come fossero stati gettati a terra di fretta per far spazio a ciò che ora vi giaceva sopra, un’armatura.
O meglio, un corpo in armatura, dal momento che tutti i pezzi erano correttamente disposti. Nelle intersezioni del metallo, dove non poteva garantire protezione, emergeva un amalgama di materiali tale da fare pensare a un fantoccio.

D’un tratto, in quello che somigliava maggiormente a un teschio, che non a un elmo, si illuminarono di un lieve bagliore rosso due occhi.

La vista era appannata, e una sorda sensazione di dolore sembrava arrivare da una vita di distanza. Leif forzò i suoi occhi a vedere, e si scoprì a fissare le travi di un tetto in un piccolo capanno. Alzò una mano, portandola davanti al viso. Il braccio rispose mandandogli un lontano stimolo di dolore, ma sembrava ovattato da uno strazio che permeava ogni centimetro del suo corpo. Vide la mano guantata di un’armatura.
Ma cosa diamine…?’ si chiese, mentre cercò di tirarsi a sedere.
Il rumore delle placche di metallo che scivolavano le une sulle altre destò l’uomo dal proprio riposo.
Aprì gli occhi pesanti dal sonno e fissò davanti a sé.

- Rilassati ora… – ebbe il tempo di dire all’armatura che si stava sedendo sul tavolo.

Gli occhi rossi avvamparono mentre esaminavano il proprio corpo fasciato nel metallo. Il palmo della mano davanti al suo volto era un intreccio di legno e cuoio. Non un guanto, ma una mano.
Un urlo echeggiò nel capanno. Codron era troppo lontana per sentirlo.

- Cosa mi hai fatto? – chiese la creatura, saltando giù dal tavolo che si ribaltò alle sue spalle. Il frastuono di oggetti infranti stava ancora echeggiando, quando le sue mani afferrarono la sedia sulla quale dormiva fino a poco fa l’uomo.
- Ti ho salvato la vita, ingrato bastardo! – rispose l’uomo, puntando un piede sul pettorale e spingendo l’armatura a caracollare dalla parte opposta della stanza.
Si alzò quindi di scatto, ratta la mano verso la spada. Puntandola contro la creatura che si stava rialzando, emergendo da un mucchio di cianfrusaglie, intimò:
- Ora aspetta che ti spieghi.

L’armatura si alzò più lentamente dal ciarpame, ma in quella lentezza non c’era nessuna calma.
Si ergeva per circa due metri in altezza, il metallo copriva ogni possibile superficie del suo corpo e due braci vive splendevano dove avrebbero dovuto esserci gli occhi.
Rimase in piedi, in attesa di una spiegazione.

- Capitano – esordì l’uomo -, in questo momento tu sei vivo. E sei morto. Grazie ai poteri concessimi da Ilmater, sebbene il tuo corpo materiale non esista più, la tua vita è stata legata a… – esitò un attimo, mostrando a palmo aperto alla creatura il proprio corpo – questo. E’ stato l’unico modo che avevo per poter preservare quanto rimaneva di te in quei pochi istanti a disposizione. Il demone aveva ormai assorbito il tuo corpo, drenandone la forza e la vitalità. L’unica cosa lasciata indietro, quasi come un rifiuto… beh, sei tu. Potevo salvarti solo legandoti a qualcosa, e così ho fatto.

Leif osservò il proprio nuovo corpo, muovendo incerto un passo in avanti. La sensazione di dolore sordo che l’aveva permeato fino a poco prima stava lentamente svanendo. Si sentiva più impacciato nei movimenti, eppure…
Un pensiero gli attraversò la mente.

- Che fine hanno fatto gli altri?
- Chi più, chi meno, ce l’hanno fatta. Ora sono alle Case della Guarigione di Ilmater. Presto si sveglieranno. Ma il punto non sono loro, Capitano. Questo è ciò che ho potuto fare per preservare la tua esistenza su questo Piano. Come intenderai condurla è solo nelle tue mani.

Un turbine di emozioni lo attraversò. Non era più un uomo. Non era altro che l’equivalente di un’armatura imbottita.
Si rese conto solo ora di non sapere se in quel capanno facesse caldo o freddo. Non riuscì a sentire il proprio cuore. Percepiva i suoni, la luce, ma a stento sentiva quanto potesse essere duro l’angolo di legno del tavolo che stava cercando di sollevare. Se fosse stato in fiamme, per lui non sarebbe stato diverso. Come avrebbe vissuto d’ora in avanti? Ma ancora di più, cosa avrebbe potuto mai dire a Jessalyn?
Il bagliore negli occhi si affievolì, mentre quei pensieri si affacciavano.
De La Messa abbassò la propria spada, comprendendo quali travagli stessero popolando l’animo del Capitano.
Fece alcuni passi avanti, posando una mano sulla spalla dell’armatura.

- Ti ho portato qui per poterti dare la libertà di scegliere. Fuori ci sono un cavallo, la tua arma e ciò che ti può servire per partire da Codron. Altrimenti puoi restare, raccontando cosa sia successo.
Ciò che devi accettare è che la tua vita non sarà più la stessa.

Non avrebbe mai più sentito la sua mano sul viso, né avrebbe potuto abbracciarla. L’amore muore, se racchiuso in una gabbia di metallo.
- Andrò da lei. Poi si vedrà. – concluse.

La strada che, da quella che era stata casa sua, andava alle Case della Guarigione era in salita. Quasi fosse un cammino di espiazione per peccati non commessi, Leif la imboccò con l’animo grave del suo commiato.
Avrebbe ricordato sempre gli occhi che lo avevano inchiodato sulla porta, colmi di orrore. Sarebbero rimaste come marchiate a fuoco le sue parole di rifiuto. Sebbene capisse quanto sarebbe stato giusto lasciarla libera di vivere ancora, e di amare un uomo, Jessalyn non accettò nemmeno di arrivare a tali conclusioni, rifiutandolo e cacciandolo come il mostro che era diventato. La ferita che lasciò fu più profonda di quanto avrebbe mai potuto fare qualsiasi arma.

Aveva lasciato il cavallo legato alla taverna alla base della strada, e, con l’arma in spalla, aveva raggiunto l’edificio in pietra. Gli occhi di tutti gli abitanti di Codron gli erano caduti addosso in quel pomeriggio, colmi di meraviglia, curiosità ma nessuno terrorizzato come Jessalyn.
Nessuno avrebbe più riconosciuto Leif, il Capitano delle Guardie. Lui stesso non sarebbe più stato Leif, allora.
Guardò la propria arma, compagna dai tempi di Nemanice. Nel dialetto delle sue terre, l’avrebbero chiama Dokk. E così si sarebbe fatto chiamare lui.
Aprì la pesante porta delle Case ed entrò.

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Alessandro_Master sh0uzama

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