Idee Sommerse

Pensieri

Nella locanda “La cinghia del gigante”, il variopinto gruppo aveva ricevuto la migliore accoglienza da parte dell’oste e di chiunque avesse buona ragione di apprezzare il denaro che quell’evento rappresentava.
I vari componenti di questo circo itinierante approfittarono dei nuovi agi a modo proprio, ora sollazzandosi con il cibo, ora immergendosi in un bagno caldo, ora facendosi viziare dal personale di servizio con vini e altri spiriti.
Solo l’uomo di metallo sembrava immune a quelle distrazioni, probabilmente anche per il fatto che cibo, vino e donne non costituivano più nulla di sensibile, simulacro di una passata umanità e ombra di una vita pulsante proiettata dalla grande sagoma di metallo che ora occupava.
Dopo aver quindi assistito allo spettacolo offerto dai propri compagni di ventura, prese congedo e si rifugiò nella propria camera. Non aveva nemmeno più bisogno di riposare, non nei termini comunementi diffusi, ma ritirarsi in uno spazio appartato gli concesse il tempo di fare il punto della situazione e di riordinare i propri pensieri.

Abbandonò quindi, dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, il pesante mantello sul letto. Appoggiò la pesante arma alla porta e trascinò una robusta sedia davanti alla finestra, in modo da poter guardare il cielo notturno. Il freddo non sarebbe stato un problema; aprì quindi la finestra e spense le candele che danzavano allegre al centro del piccolo scrittoio proprio alla base della finestra stessa.
Si distese sulla sedia, ciondolando all’indietro e appoggiando i pesanti stivali corazzati sul piano di scrittura. Se avesse ancora avuto dei polmoni, si sarebbe concesso un lungo sospiro, per lenire la stanchezza. Ma nemmeno la stanchezza era qualcosa che gli appartenesse più.
Gli occhi, bordati di un tenue bagliore rosso, si fissarono sulle stelle e lasciò che la propria mente vagasse libera.
Alle spalle, si erano da poco lasciati quello che avevano appreso essere un demone. Un antico demone, il Signore dei Ratti, capace di usare non solo i pestiferi roditori, ma anche le carcasse degli sventurati tumulati in ciò che definiva sua dimora. E contro quei burattini avevano scaricato molte delle proprie energie, fino a riuscire in qualche modo a contenere la minaccia e riprendere il cammino.
Alle spalle, anche i resti di uno sventurato bambino che per caso si era imbattuto in quell’antica struttura, e in essa aveva trovato la fine.
Alle spalle, le lacrime di una famiglia che però, grazie a Kalin, aveva almeno una tomba su cui piangere.

Davanti, invece, un incarico importante, forse troppo.
Ed era questo che tormentava l’ex Capitano: sebbene sapessero tutto di loro, persino di quello che era successo a Codron, l’incarico che stavano consegnando loro era di un’importanza enorme, esagerata per le capacità del gruppo. Non per niente la donna li aveva aprostrofati: “inesperti”.
In giorni più caldi, avrebbe risposto a tono, ma ora non poteva negare l’evidenza dei pensieri della donna.

Certo, erano sconosciuti. Ma il fatto che il “gioco” si fosse spostato su una scacchiera così grande turbava la cosa conosciuta come Dokk. Era consapevole d’essere un pedone, anzi, che tutti loro insieme fossero considerati come un unico pedone. E ancora lo turbava il fatto che a un pedone fosse stato dato il compito di abbattere la Regina. Distruggere una risorsa che, se verificata, avrebbe potuto sanare la guerra dell’Est e, se replicata, avrebbe potuto portare la pace nei Regni… Una pace armata, vero, ma pur sempre una pace.
Questo perché il timore che potesse essere usata contro la mano che l’impugnava era troppo forte.
Un lampo accese la luce rossa nei suoi occhi, al pensiero di poter far propria quell’arma. Ma le parole che aveva pronunciato la donna erano state fin troppo chiare: sapeva benissimo che non l’avrebbero mai fatto.

Quindi rimaneva solo la missione: attraversare due regni, raggiungere il fronte, trovare Pettilhammer e, agghindati come emissari del Re, una volta compresa la natura dell’arma, distruggerla.

Ma qualcosa continuava a sussurrare nel fondo dei suoi pensieri, e finalmente iniziata a prendere forma: demoni.

L’incontro con un demone l’aveva condannato alla forma che occupava ora; la venerazione di un demone aveva trasformato Lady Rose nell’inquietante figura che aveva partorito l’aborto che strisciava nelle caverne sotto la magione. E ancora: il cammino dopo Limmerick li aveva gettati nelle braccia di un altro demone sepolto.
Tigersoul aveva descritto l’incontro con i demoni come qualcosa di estremamente raro, eppure sembrava che il gruppo ne avesse in qualche modo attirato l’attenzione.
E se fosse mai stato possibile… sì, perché no? Come aveva perso il proprio corpo, doveva esserci un modo di tornare a sentire il vento sulla pelle, di abitare nuovamente una pelle, sentendo il cuore battere, provando la fame e il sonno, la sete e il desiderio.

Non si sarebbe lasciato fuggire l’occasione di poter tornare umano. E quel pensiero, come un chiodo incandescente, gli si piantò saldo nella mente, divenendo un nuovo motore, una nuova motivazione per andare avanti. Probabilmente non sarebbe mai successo, ma non aveva mai nemmeno pensato di diventare quello che era adesso.

Il cammino che avevano davanti sarebbe sicuramente stato lungo e, in un modo o nell’altro, i demoni sarebbero tornati lungo quello stesso sentiero.

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Nuovi Inizi

- il gruppo raggiunge i famigliari del piccolo Thomas, Kalin restituisce alla madre ciò che resta del corpo del figlio

- direzione Fairheaven

- giunti alla capitale, Galen e Fynkflynk si dirigono al quartiere religioso per studiare i manoscritti e il medaglione e reperire informazioni su Mukkarton

- il giorno dopo il gruppo va a palazzo per parlare con Petros Tigersoul, consigliere del re.

- Incontrano Mardiana Summercut, consigliera di Darius Onixarm, re del Thrane.

- Gli viene affidata una missione delicata, devono raggiungere il signorotto di Sigilstar, Pettinhammer, pare sia iin possesso di una nuova arma che avrebbe la potenzialità di risolvere il conflitto con gli orchi al confine di Karnath. Nessun gruppo di flamekeep può interferire con la guerra quindi ci viene richiesto di andare in qualità di osservatori imperiali.

- Ci vengono offerte 5 stanze alla cinghia del gigante e un equipaggiamento per la missione.

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Il piccolo Thomas

- post Lady-Rose
- Galen si riunisce a noi
- in viaggio verso Fairheaven
- arrivo al villaggio di SmallVillageTown
- richiesta di aiuto per ritrovare il piccolo Thomas
- ingresso nel bosco
- radura
- sotterraneo
- ratti
- ritrovamento corpo del bambino
- combattimento contro Mukkarton

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Risvegli

Il primo sole filtrava a stento dalle finestre serrate del capanno.

La polvere avvolgeva scaffali, tavoli ingombri di ogni genere d’oggetti e l’odore dei libri prigionieri dell’umido permeava l’ambiente.
Un uomo dai lineamenti duri e dal corpo robusto sonnecchiava su uno scranno coperto da un lenzuolo bianco.

Su un tavolaccio poco distante, circondato da una serie di oggetti diversi, come fossero stati gettati a terra di fretta per far spazio a ciò che ora vi giaceva sopra, un’armatura.
O meglio, un corpo in armatura, dal momento che tutti i pezzi erano correttamente disposti. Nelle intersezioni del metallo, dove non poteva garantire protezione, emergeva un amalgama di materiali tale da fare pensare a un fantoccio.

D’un tratto, in quello che somigliava maggiormente a un teschio, che non a un elmo, si illuminarono di un lieve bagliore rosso due occhi.

La vista era appannata, e una sorda sensazione di dolore sembrava arrivare da una vita di distanza. Leif forzò i suoi occhi a vedere, e si scoprì a fissare le travi di un tetto in un piccolo capanno. Alzò una mano, portandola davanti al viso. Il braccio rispose mandandogli un lontano stimolo di dolore, ma sembrava ovattato da uno strazio che permeava ogni centimetro del suo corpo. Vide la mano guantata di un’armatura.
Ma cosa diamine…?’ si chiese, mentre cercò di tirarsi a sedere.
Il rumore delle placche di metallo che scivolavano le une sulle altre destò l’uomo dal proprio riposo.
Aprì gli occhi pesanti dal sonno e fissò davanti a sé.

- Rilassati ora… – ebbe il tempo di dire all’armatura che si stava sedendo sul tavolo.

Gli occhi rossi avvamparono mentre esaminavano il proprio corpo fasciato nel metallo. Il palmo della mano davanti al suo volto era un intreccio di legno e cuoio. Non un guanto, ma una mano.
Un urlo echeggiò nel capanno. Codron era troppo lontana per sentirlo.

- Cosa mi hai fatto? – chiese la creatura, saltando giù dal tavolo che si ribaltò alle sue spalle. Il frastuono di oggetti infranti stava ancora echeggiando, quando le sue mani afferrarono la sedia sulla quale dormiva fino a poco fa l’uomo.
- Ti ho salvato la vita, ingrato bastardo! – rispose l’uomo, puntando un piede sul pettorale e spingendo l’armatura a caracollare dalla parte opposta della stanza.
Si alzò quindi di scatto, ratta la mano verso la spada. Puntandola contro la creatura che si stava rialzando, emergendo da un mucchio di cianfrusaglie, intimò:
- Ora aspetta che ti spieghi.

L’armatura si alzò più lentamente dal ciarpame, ma in quella lentezza non c’era nessuna calma.
Si ergeva per circa due metri in altezza, il metallo copriva ogni possibile superficie del suo corpo e due braci vive splendevano dove avrebbero dovuto esserci gli occhi.
Rimase in piedi, in attesa di una spiegazione.

- Capitano – esordì l’uomo -, in questo momento tu sei vivo. E sei morto. Grazie ai poteri concessimi da Ilmater, sebbene il tuo corpo materiale non esista più, la tua vita è stata legata a… – esitò un attimo, mostrando a palmo aperto alla creatura il proprio corpo – questo. E’ stato l’unico modo che avevo per poter preservare quanto rimaneva di te in quei pochi istanti a disposizione. Il demone aveva ormai assorbito il tuo corpo, drenandone la forza e la vitalità. L’unica cosa lasciata indietro, quasi come un rifiuto… beh, sei tu. Potevo salvarti solo legandoti a qualcosa, e così ho fatto.

Leif osservò il proprio nuovo corpo, muovendo incerto un passo in avanti. La sensazione di dolore sordo che l’aveva permeato fino a poco prima stava lentamente svanendo. Si sentiva più impacciato nei movimenti, eppure…
Un pensiero gli attraversò la mente.

- Che fine hanno fatto gli altri?
- Chi più, chi meno, ce l’hanno fatta. Ora sono alle Case della Guarigione di Ilmater. Presto si sveglieranno. Ma il punto non sono loro, Capitano. Questo è ciò che ho potuto fare per preservare la tua esistenza su questo Piano. Come intenderai condurla è solo nelle tue mani.

Un turbine di emozioni lo attraversò. Non era più un uomo. Non era altro che l’equivalente di un’armatura imbottita.
Si rese conto solo ora di non sapere se in quel capanno facesse caldo o freddo. Non riuscì a sentire il proprio cuore. Percepiva i suoni, la luce, ma a stento sentiva quanto potesse essere duro l’angolo di legno del tavolo che stava cercando di sollevare. Se fosse stato in fiamme, per lui non sarebbe stato diverso. Come avrebbe vissuto d’ora in avanti? Ma ancora di più, cosa avrebbe potuto mai dire a Jessalyn?
Il bagliore negli occhi si affievolì, mentre quei pensieri si affacciavano.
De La Messa abbassò la propria spada, comprendendo quali travagli stessero popolando l’animo del Capitano.
Fece alcuni passi avanti, posando una mano sulla spalla dell’armatura.

- Ti ho portato qui per poterti dare la libertà di scegliere. Fuori ci sono un cavallo, la tua arma e ciò che ti può servire per partire da Codron. Altrimenti puoi restare, raccontando cosa sia successo.
Ciò che devi accettare è che la tua vita non sarà più la stessa.

Non avrebbe mai più sentito la sua mano sul viso, né avrebbe potuto abbracciarla. L’amore muore, se racchiuso in una gabbia di metallo.
- Andrò da lei. Poi si vedrà. – concluse.

La strada che, da quella che era stata casa sua, andava alle Case della Guarigione era in salita. Quasi fosse un cammino di espiazione per peccati non commessi, Leif la imboccò con l’animo grave del suo commiato.
Avrebbe ricordato sempre gli occhi che lo avevano inchiodato sulla porta, colmi di orrore. Sarebbero rimaste come marchiate a fuoco le sue parole di rifiuto. Sebbene capisse quanto sarebbe stato giusto lasciarla libera di vivere ancora, e di amare un uomo, Jessalyn non accettò nemmeno di arrivare a tali conclusioni, rifiutandolo e cacciandolo come il mostro che era diventato. La ferita che lasciò fu più profonda di quanto avrebbe mai potuto fare qualsiasi arma.

Aveva lasciato il cavallo legato alla taverna alla base della strada, e, con l’arma in spalla, aveva raggiunto l’edificio in pietra. Gli occhi di tutti gli abitanti di Codron gli erano caduti addosso in quel pomeriggio, colmi di meraviglia, curiosità ma nessuno terrorizzato come Jessalyn.
Nessuno avrebbe più riconosciuto Leif, il Capitano delle Guardie. Lui stesso non sarebbe più stato Leif, allora.
Guardò la propria arma, compagna dai tempi di Nemanice. Nel dialetto delle sue terre, l’avrebbero chiama Dokk. E così si sarebbe fatto chiamare lui.
Aprì la pesante porta delle Case ed entrò.

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Il burattinaio

Kalin attende nascosto all’esterno del castello che il Vescovo esca, ma Riprando non lascia le sue stanze.

Leif e Simon rimangono sul luogo del delitto per proseguire nelle indagini ed attendere l’arrivo delle autorita’.

Fynk e Galen si recano in biblioteca per effettuare ulteriori ricerche sul simbolo visto in sogno. Scoprono che per eseguire un rituale di evocazione servono diversi elementi, tra cui pinpicchio e pinpernacolo.

Fynk recupera il Sapientia Maglorum per vedere se al suo interno, tra le figure, ci sia qualcosa di vagamente simile al simbolo. Effettivamente, scopre un’illustrazione che mostra un simbolo del tutto identico, con una figura demoniaca spaventosa che si sta come manifestando al suo interno.

Non riusciamo a capire dove o come potrebbe compiersi il rituale, e trascorriamo la giornata inquieti, brancolando nel buio.
L’unico sospetto fondato che abbiamo e’ che in qualche modo furti ed omicidi siano collegati a noi, per cui al sopraggiungere della sera decidiamo di farci sorvegliare da Galen, per verificare di non essere sonnambuli (o peggio).

Tuttavia, proprio quella notte, il nostro sonno non arriva. Siamo tutti e quattro inquieti, e non riusciamo a chiudere occhio.

Qualcosa di piu’ forte di noi sembra aver preso il controllo delle nostre volonta’. Sentiamo un richiamo forte, fortissimo, provenire dal castello, e non possiamo fare altro che ubbidire a questo istinto.
Fynk recupera il Sapientia Maglorum, e per qualche perversa ragione siamo indotti a credere che sia una cosa sensata portarlo con noi.

Giunti al castello, entriamo senza incontrare anima viva. Nella seconda corte interna, il pozzo al centro mostra tracce di sangue incrostate sul suo bordo. Il pozzo pare profondo, piu’ profondo di quanto le luci incantate di Fynk riescano ad arrivare.

Entriamo in una stanza, spinti sempre da questo nero istinto, e scopriamo un passaggio segreto che porta nei sotterranei del castello.
Proseguiamo in fila indiana nello stretto passaggio, e ci ritroviamo in una stanza in cui scopriamo l’orrore.

Ci sono quattro cadaveri in fondo alla stanza, con le fattezze di Kalin, Leif, Fynk e Simon. Sono appoggiati al muro, hanno un cicatrice aperta sul petto, all’altezza del cuore.

La visione dei nostri stessi corpi e’ terrificante, ci paralizza dal terrore e rivolta i nostri stomaci. Non riusciamo a capacitarci di cosa possa essere successo, e l’orrore che invade la nostra mente ci impedisce di pensare lucidamente.

Sfortunatamente, le brutte notizie non sono ancora finite.

Da una porta della stanza una voce metallica ci chiama. Ci voltiamo, e vediamo quattro cultisti, vestiti in modo identico a quelli trovati nella radura, ed uno, il loro capo presumibilmente, al centro di un cerchio di evocazione (il simbolo visto sulla carta). Una maschera di ferro gli copre il volto, ed impugna un pugnale nella mano sinistra, ed un cuore (quello di Arton) nella destra.

Su un altare, di fronte a lui, un altro cultista giace sdraiato, pronto ad essere sacrificato.
Dietro di lui, qualcosa di ormai fin troppo conosciuto: una porta chiusa.

Ma la cosa piu’ strana e’ che il Sapientia Maglorum, fino ad un attimo fa nelle mani di Fynk, ora e’ sull’altare, a fianco del sacrificio umano.

Il cultista capo si toglie la maschera. Non c’e’ sorpresa nello scoprire che si tratta del Vescovo in persona.

Si rivolge a noi con aria beffarda, chiamandoci “marionette”, e ci informa che il nostro lavoro e’ terminato. Quindi, con una parola arcana da inizio al rituale.

Ed a quel punto si scatena il caos.

Il Sapientia Maglorum si apre ed inizia a sfogliarsi da solo, nella litania di Riprando. Noi prendiamo i sensi (con l’eccezione di Galen), cadiamo a terra, e la nostra coscienza pare essersi trasferita in quelli che fino ad un attimo fa erano i nostri cadaveri appoggiati al muro. La ferita al petto e’ rimarginata, anche se in modo grezzo.

Anche Riprando pare essere sorpreso dalla cosa, ed ordina ai suoi cultisti di ucciderci.

Combattiamo con ferocia, cercando di sopraffare i cultisti prima che il vescovo completi il rituale, ma non ci riusciamo.
Riprando compie il sacrificio, ride in modo sinistro e si getta in mezzo a noi per fare cio’ che i suoi uomini non sono riusciti a fare.

La porta comincia ad aprirsi.
Una mano.
Due mani.
Una testa cornuta enorme.

La creatura, o qualsiasi cosa sia, sta uscendo.

Allertati dai rumori della battaglia, Errico de la Messa e due suoi fidati paladini irrompono nella stanza. La loro reazione e’ grossomodo identica alla nostra: rimangono impietriti dal terrore.

Il demone allunga un braccio ed afferra Riprando.
Il vescovo ride, una risata diabolica.
Una risata che si spegne qualche istante dopo.
La presa del demone fa invecchiare rapidamente il cultista, finche’ ormai vecchio decrepito, svanisce in quella che sembra essere una nuvola di fumo rosso, o vapore di sangue.

Kalin vuole tuffarsi verso il Sapientia Maglorum, ma viene anticipato da Leif che con un balzo affonda la sua arma nel libro arcano.

L’halfling rimane bloccato, indeciso sul da farsi, e nel vedere che la mano del demone si sta avvicinando per afferrarlo non riesce a spostarsi, paralizzato dal terrore.

Con un grido, Leif si frappone fra la mano e Kalin, sferra un colpo d’ascia nel tentativo di dissuadere la creatura infernale, ma viene inesorabilmente afferrato da essa.

Questa scena pare destare Errico dalla trance indotta dalla paura. Il paladino corre al centro della stanza e getta la sua armatura a terra, recitando contemporaneamente un rituale di incredibile potenza, nel tentativo presumiamo di salvare Leif o scacciare la bestia.

Da questo punto in poi non ricordiamo nulla. Perdiamo i sensi, travolti dall’orrore e dalla potenza del rituale di Errico.

L’ultima cosa che vediamo e’ il Sapientia Maglorum, il dannato libro all’origine di tutto questo, sparire in una fiammata.


Ci troviamo tutti quanti sul pontile, quello che ci ha accompagnato nei sogni ogni notte, fino ad ora, e con noi stavolta c’e’ anche Galen.

Una nave, a vele azzurre spiegate, attracca e ci fa salire — tutti tranne Leif.

Per il capitano delle guardie di Codron il destino ha in serbo qualcos’altro. Lo vediamo salire su un nave nera, con vele infuocate e una figura demoniaca sulla polena, ed allontanarsi su di essa fino a svanire all’orizzonte.


Riprendiamo i sensi nell’ospedale di Codron, e riusciamo a capire che siamo stati trasportati qui da un Errico affranto e sconsolato.

Siamo tutti doloranti e ancora debilitati da quanto avvenuto, ma tutto sommato abbiamo poco di cui lamentarci: siamo tutti vivi.

Quasi tutti.

Di Leif, nessuna traccia.

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Sonni agitati

Fynk, Leif e Simon si recano al palazzo della famiglia Arduin.

Kalin si reca nei bassifondi, dal “barbiere”, cercando di raccogliere informazioni su eventuali attività losche che possano ricondursi al furto del pugnale.

A palazzo informiamo il conte Arduin che il nuovo nato potrebbe essere in pericolo. Il duca sembra prendere sul serio il nostro avvertimento, e decide di far sorvegliare sua sorella da due guardie in borghese – per non suscitare timore nella neo-mamma.

Kalin non scopre nulla di interessante, ma viene a sapere che un certo elfo sta chiedendo di noi, ed e’ stato cacciato a pedate verso la caserma delle guardie.

Ci riuniamo alla caserma, dove incontriamo l’elfo in questione, Galen Halleck, un chierico appartenente al culto di Corellon Larethian. Galen è stato mandato dalla chiesa centrale di Fairheaven per darci una mano, in seguito ad una richiesta di aiuto inviata dal comandante Olaf.

Il giovane elfo si aggiunge al gruppo per aiutarli nelle investigazioni.

Kalin chiede a Galen informazioni sui possibili usi del pugnale rubato, pare che ai giorni nostri si usi principalmente per effettuare sacrifici.

Ci dirigiamo alla radura nella quale abbiamo assistito al rituale.

La radura e’ come la ricordavamo, con qualche differenza: la porta e’ sparita, le torce sono a terra, al centro c’e’ una tunica di quelle usate dai cultisti, con tanto di maschera di ferro, e ci sono quattro anfore piene di cenere, rovesciate.

Leif e Galen capiscono al volo che la cenere e’ sicuramente composta da resti di cremazione di umanoidi.

Torniamo a Codron, avendo come nuova meta il museo — vogliamo far esaminare a Galen il luogo del furto, ma non ricaviamo nessuna ulteriore informazione.

Leif incarica i suoi uomini piu’ fidati di sorvegliare il castello (la residenza del Vescovo).

Come ultima risorsa, anche se a malincuore, decidiamo di mostrare a Galen il Sapientia Maglorum, nella speranza che possa ricavare qualche informazione o capire che cosa vi sia contenuto al suo interno.
Anche questo tentativo si risolve in un nulla di fatto, Galen risulta confuso (ed in parte intimorito) quanto noi sui contenuti dell’antico tomo, dice che potrebbe tradurre questo linguaggio antico solamente utilizzando i testi presenti all’interno della biblioteca di FairHeaven.

Sopraggiunge la notte, e nuovamente ci ritroviamo nello stesso sogno che avevamo fatto nella radura. Il sogno pare continuare da dove era stato interrotto.
Il cartomante e’ sempre nello stesso punto, al centro del tendone, e delle sei carte le tre che avevamo visto sono scoperte e girate come ricordavamo.

Gira una quarta carta, che raffigura un uomo onesto, girata verso l’alto.
Il sogno finisce immediatamente.

Sospettando che qualcosa sia successo durante la notte, ci rechiamo immediatamente alla villa.

Scopriamo con orrore che l’infante Arduin e’ stato assalito durante la notte, ma fortunatamente le guardie sono riuscite ad intervenire, allarmate da un rumore sospetto, e sono riuscite a mettere in fuga l’assalitore.

Analizziamo la scena del crimine, interrogando i presenti.

La nutrice e’ deceduta, uccisa da un dardo di cerbottana avvelenato.

L’assassino deve aver scalato la parete esterna della villa, scassinato la serratura della finestra e ucciso la nutrice, e stava per procedere nel suo intento di eliminare l’infante se non fossero intervenuti gli uomini del conte.
Il loro arrivo, tuttavia, pur avendo mandato all’aria il piano del malvivente, non e’ servito ad identificarlo: e’ fuggito dalla finestra da cui e’ entrato, e nessuno dei presenti e’ stato in grado di riconoscerlo, e nemmeno di capire se si trattasse di una figura di stazza umana o halfling.

Kalin, infatti, riconosce nuovamente le tecniche degli halfling nei modi e negli attrezzi utilizzati. Anzi, per essere piu’ precisi riconosce il suo stesso sistema – avrebbe agito esattamente nello stesso modo.

Gli uomini di Leif riferiscono che alcune figure sono entrate, nottetempo, nel castello ove abita Riprando, ma anche in questo caso si tratta di un buco nell’acqua, in quanto non sono riusciti ad identificarle.

La giornata trascorre quindi tra il fare domande e formulare ipotesi, e la notte sopraggiunge rapida senza nessuna idea di chi possa aver tentato l’omicidio dell’infante o chi possa essere l’"uomo onesto" delle carte. Ci appare ormai chiaro che si tratta di vittime potenziali.

Kalin affianca le guardie di Leif al castello, ma l’assenza di eventi salienti lo induce a tornare a dormire quando ormai sta per albeggiare.
Una stanchezza irreale ci pervade. Sembra che i sogni del cartomante ci impediscano di riposare bene.

Appena preso sonno, ci troviamo nuovamente tutti e quattro in un nuovo sogno, nello stesso posto.

Il cartomante capovolge la carta dell’uomo onesto, e volta una quinta carta, raffigurante una stella a cinque punte circondata da un cerchio di punti. Un simbolo?

Ci risvegliamo, e capiamo al volo che qualcosa dev’essere avvenuto durante quelle poche ore. Chiunque sia l’uomo onesto, ora non e’ piu’ tra noi.

Non passa molto prima che ci rendiamo conto di un gran trambusto per le strade. Si vocifera che Arton Darix, il monaco reggente del Vecchio Monastero (un edificio a sud-est della citta, al limitare della collina sui cui sorge il castello) sia stato brutalmente assassinato.

Ci precipitiamo sul posto, e scopriamo con orrore l’accaduto: il monaco e’ stato ucciso, il suo petto squarciato da un colpo di ascia ed il suo cuore asportato.

Kalin, sospettando ancora che in qualche modo il vescovo sia coinvolto, manda un giovane monaco impaurito ad avvisare il vescovo di recarsi immediatamente sul posto. Non appena il giovane parte, lo pedina senza farsi vedere.

Intanto, Leif, Fynk, Simon e Galen analizzano il cadavere.

Arton sembra essere deceduto a causa di un dardo di cerbottana avvelenato, dello stesso tipo di quello usato per uccidere la nutrice. Lo squarcio netto, tipico di un’ascia, sembra essere successivo al decesso.
Attorno alla macabra ferita e’ stato fatto un tatuaggio, parole arcane senza alcun significato, seguendo uno stile di scrittura tipico dei Mastri Gnomi.

Iniziamo ad avere un sospetto molto, molto forte su chi possa essere stato…

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Ombre

Il crepuscolo stava lasciando il posto ad una notte piena di stelle, decisamente differente da quella tempestosa appena passata.

Eppure l’odore del terreno baciato dalla pioggia la rilassava, come quello della salsedine sulle coste a nord di Merylsward, dove le onde d’inverno erano alte come montagne.

Da bambina adorava immaginarsi come una principessa,prigioniera sulla costa in attesa di essere liberata da un prode cavaliere. Sono passati anni, ed anche tanti cavalieri ma nessuno che potesse ricordare era degno di chiamarsi prode: maiali, porci,bastardi… ma di sicuro nessun salvatore con il cavallo bianco ed il capello pulito.

Tellyn non sfuggiva a quella regola: gli uomini erano superficiali ed avevano addosso solo l’odore del bestiame e delle puttane, ma potevano ritenersi fortunati. Campi rigogliosi, un fiume che portava acqua fresca ed una Divinita’ in cui credere nei momenti di bisogno. L’ abbazia era come un’estensione della mano di Ilmater sopra quell’accozzaglia di bifolchi, che consumavano le loro vite stancamente giorno dopo giorno.

Ma una mano che affonda nel fango e’ e rimane una mano sporca che va lavata e ripulita prima di poterne apprezzare di nuovo calore e carezze.

Sorrise, staccando un pezzo di carne salata con il suo inseparabile pugnale d’argento ricurvo.
Ottima fattura, lama forgiata nelle sabbie dell’Aerenal.
Il mercante a cui l’avava “preso in prestito” mai e poi mai avrebbe pensato che quel magnifico pugnale da oltre 700 monete d’oro sarebbe servito per tagliare carne o formaggio.

Sorrise sotto il cappuccio della tunica da frate, un piccolo regalo dell’abbazia; in fin dei conti, se la vita non fosse ogni tanto ironica non avrebbe avuto alcun senso percorrerla.
Pugnali e tuniche monacali, che dolce accoppiata, ma ora era il momento di muoversi e svolgere il compito per cui era stata lautamente pagata.

Con un agile salto scese dal tetto atterrando morbidamente nel soffice fieno di un carro parcheggiato dietro la capanna su cui era appollaiata pochi istanti prima.

Il pensiero viaggiava verso il dogma di Ilmater:

Aiuta chiunque stia soffrendo, a prescindere da chi sia. I veri santi sono quelli che fanno proprie le sofferenze degli altri. Se soffri in suo nome, Ilmater sarà al tuo fianco per aiutarti. Lotta per i tuoi ideali se sono giusti, a prescindere dalle sofferenze e dai pericoli. Non c’è vergogna in una morte che abbia avuto un significato. Opponiti a tutti i tiranni, e non permettere che le ingiustizie rimangano impunite. Dai più importanza alla dimensione della vita che all’esistenza materiale del corpo.

Piu’ e piu’ volte lo aveva sentito decantare durante le ore di preghiera a Nazzaro, e trovava il dogma cosi’ calzante… l’importanza della dimensione della vita rispetto all’esistenza materiale, un’esistenza che di li a poche ore in molti avrebbero perso tra le fiamme.

Inizio’ ad incamminarsi verso l’abbazia ed inizio’ a fischiettare.

Dalla parte opposta della strada che costeggiava i campi ed il fiume che portava a Nazaro incrocio’ un manipolo di strani individui, due uomini, un halfling ed uno gnomo, che stavano dirigendosi verso Tellyn discutendo animatamente sulla poverta’ del gusto della birra locale.

‘’Appena in tempo per non lasciare l’esistenza materiale, viandanti’’ — penso’.

Oh aspetta! erano loro! gli uomini del Vescovo! Chissa’ cos’era che li aveva ridotti cosi’ malconci, soprattutto l’uomo nel carretto.

Non si accorsero di lei, in fondo non farsi notare era parte del suo lavoro.
Il rumore degli zoccoli era sempre piu’ lontano e si volto’ per donar loro uno sguardo di commiato.
In effetti se lo meritavano, non erano degli sprovveduti: aveva rischiato di farsi scoprire il giorno prima mentre cercava di spiarli durante le loro indagini.

Ma poco importava, non era successo in fondo!

Torno’ a fischiettare con noncuranza: ‘’Forza, c’e’ una mano da lavare! Che Ilmater abbia in gloria i suoi fratelli’’.

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Gioco di mano

Facciamo ritorno a Codron, mentre Simon fa rapporto al vescovo (Monsignor Riprando de Pombia) consegnando lo scrigno rinvenuto al monastero e mentendo sul fatto di non averlo aperto e di non sapere dove sia il libro che era stato incaricato di recuperare.

Nascondiamo il libro nel negozio di Fynkflynk.

Mentre Leif torna da sua moglie, Kalin e Fynkflynk trascorrono il tempo gozzovigliando alla loro locanda preferita, ‘’ Il Ruggito del Coniglio’’.

Trascorrono due settimane nella tranquillità più assoluta, finché Olaf, il superiore di Leif, incarica quest’ultimo (e tutti noi assieme a lui) di indagare su un possibile ritrovo di cultisti della setta della Sferae Mortis a sud-est della città.

Non potendo fornire supporto, cerca di essere vago dicendo che deve adempiere ad un altro incarico a sud; pressato da Leif si lascia sfuggire che Nazzaro è stata bruciata e che deve andare con Jorgensson e Finnersson ad indagare sull’accaduto e sulla scomparsa di Ericsson.

Ci dirigiamo quindi a sera inoltrata verso sud-est alla ricerca dei cultisti.
Ci imbattiamo, esattamente nel luogo che ci aveva indicato Olaf (una radura nel bosco) in un portale (letteralmente una porta di legno messa al centro) circondato da pietre e da lanterne, ed all’interno di questo cerchio 3 cultisti stanno effettuando un rituale.

Cerchiamo di approcciare la situazione nel migliore modo che conosciamo: uccidiamo immediatamente due cultisti e ci apprestiamo a finire il terzo quando, dal portale, quattro mani grandi quanto un uomo che ci catturano – perdiamo tutti i sensi.

Riveniamo al limitare di uno strano pontile, circondato da acque scure, lasciandoci quindi con una sola possibile direzione.

Una sagoma indistinta davanti a noi, quasi un fantasma, ci guarda e sparisce tuffandosi dal pontile.

Procediamo lungo il pontile fino all’estremità, ed incrociamo nel cammino un cartello: “NESSUNA NAVE ORA”.
Il cammino si conclude all’interno di un tendone molto luminoso. Al centro del tendone, una figura incappucciata è seduta dinnanzi ad un tavolo. Mentre ci stiamo avvicinando, la figura pone 6 carte coperte, e le gira una per volta.

La prima è una prigione, viene posta normalmente e poi ruotata di 90 gradi.
La seconda è un pugnale, la cui carta e’ rovesciata.
La terza è un neonato in lacrime.

Non facciamo in tempo a vedere le altre tre carte.

Un bagliore terribilmente intenso invade i nostri campi visivi, e ci risvegliamo all’interno dell’ospedale di Codron, sito accanto alla chiesa.
Non riusciamo a capire cosa sia successo, ma e’ chiaro dopo poche parole che tutti abbiamo fatto lo stesso sogno. Il vescovo ci spiega che siamo stati ritrovati da una spedizione condotta da lui stesso, allarmato dalla segnalazione di un contadino che dice di aver sentito strani rumori provenire dal bosco e dalla radura in cui avevamo trovato i cultisti.

Kalin si accorge che il suo medaglione, quello della Sferae Mortis in cui aveva rinvenuto la chiave del baule in cui era custodito il libro, e’ sparito. Fortunatamente la chiave si trova in un altro posto — sempre all’interno del negozio di Fynk.

Ripresi dallo shock, veniamo subito convocati a Villa Arduin dove, Andreas, l’attendente della famiglia Arduin, ci informa che al museo è stato rubato un cimelio religioso, e ci chiede se possibile di indagare.

Raggiungiamo il museo e guidati da Bran, il frate che si occupa della gestione, veniamo condotti in una sala dove, tra i vari oggetti, era custodito in una teca un pugnale della Prima Era di Ilmater. Kalin riconosce nel furto la tecnica degli halfling. Non e’ un furto particolarmente complicato da portare a termine, ma non e’ stato fatto da principianti.

Pensiamo subito ad un’interpretazione del sogno del cartomante, e tornati all’ospedale chiediamo a suor Natasha se qualcuno deve partorire o ha partorito di recente.

La sua risposta ci gela il sangue. Tre o quattro giorni fa, la sorella del reggente ha avuto un figlio.

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Orrore rivelato

Cerchiamo nuovamente indizi all’interno del monastero.

Tornati negli alloggi di Bonifacio, spostando l’armadio, Simon e Kalin rinvengono la bibbia di Ilmater – probabilmente una copia che Bonifacio aveva sottratto alla biblioteca o che teneva per se’.
La bibbia in se’ sembra essere assolutamente normale, ma all’interno troviamo varie lettere e un foglietto contenente un rito di evocazione.

In una lettera si fa riferimento al fatto che un regalo servisse ad aprire porte per altri mondi con la raccomandazione di non essere avventato.
La seconda lettera recita: “Le parole, se usate male, possono richiamare incubi”.
L’ultima lettera contiene infine un ammonimento: “Semina la conoscenza del male, ma sii cauto con chi sceglierai come tuo accolito”.

Kalin trova un doppiofondo nella cassapanca.

Scendendo dalla scala nascosta dal doppiofondo della cassapanca, in una stanza grezzamente scavata, troviamo un’altare di pietra e uno scrigno, che apriamo grazie alla chiave rinvenuta nel monile – l’amuleto della Sferae Mortis trovato addosso alla prostituta di Tellyn.

Lo scrigno contiene un libro intitolato Sapientia Maglorum e un fodero di legno per un pugnale.
Simon, dopo essersi appartato con Leif, decide di prendere in consegna il libro.

Usciti dalla botola e tornati nelle stanze di Bonifacio, Leif si accorge che qualcuno, un monaco, stava osservando i nostri movimenti, ma pur uscendo di corsa non riesce ad individuare la figura.

Cerchiamo di stanare il colpevole facendo annunciare pubblicamente, durante la messa serale, che abbiamo trovato uno scrigno ma non abbiamo la chiave per aprirlo, ma nessuno abbocca alla nostra esca.

Decidiamo quindi di recarci sul luogo del delitto, il posto in cui e’ stato rinvenuto il cadavere di Bonifacio.
Arrivati sul posto, troviamo in una radura un altare di legno.
Mentre Leif perlustra la boscaglia, si imbatte in una creatura demoniaca. La creatura, una bestia quadrupede con un tentacolo al posto della testa e della coda ed una bocca tondeggiante piena di denti, percepisce la nostra presenza e si dirige verso di noi.

Tentenniamo, terrorizzati dalla sua visione ed indecisi sul da farsi, e cerchiamo di arretrare per vedere se il demone dovesse mollare la presa, ma questo non avviene. Decidiamo quindi di ingaggiarla – non possiamo permettere che una “cosa” simile ci segua fino al monastero.

Il combattimento ci mette a dura prova. Simon, in un tentativo disperato, consegna il Sapientia Maglorum a Fynk, nella speranza che al suo interno trovi qualcosa che possa fermare il demone.- ma nemmeno la conoscenza del mago e’ in grado di decifrare le scritte contenute nelle sue pagine.

Dopo aver abbattuto Simon e ridotto in fin di vita Leif, la creatura viene infine uccisa da un ultimo incantesimo di Fynk, e muore sciogliendosi nel terreno sottostante.

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Segreti

La pioggia picchettava violentemente sulle finestre finemente decorate.

I diluvi in questa parte della stagione erano rari ma quando si verificavano era sempre violenti, minacciando la produzione di ortaggi ed erbe medicinali.
L’ abbazia era in veloce declino ed andava sicuramente ristrutturata al piu’ presto, i secchi oramai non bastavano a contenere il cedimento sempre piu’ evidente anche da parte di occhi distratti.

Qualche segno nella giusta direzione doveva esserci stato il mese precedente, quando il vescovo Riprando giunse sino a Nazzaro per discutere di diverse faccende con Bonifacio – argomenti che , oramai, non troveranno piu’ facili sbocchi dopo la morte dell’abate.

Silenziosamente si sfilo’ gli stivali per non lasciare tracce sul pavimento oltre alle gocce del mantello. Doveva muoversi in silenzio, ed il temporale inaspettato era un grande alleato.

La morte di Bonifacio… Bel mistero. Aveva a che fare con il biglietto che aveva trovato nella bibbia di Ilmater una settimana prima?

‘’Non é morto ciò che può vivere in eterno,
e in strani eoni anche la morte può morire.’’

Che strana frase, quasi un richiamo…

Non aveva fatto in tempo a parlarne con l’abate e questo contrattempo gli procurava forte angoscia. Dopo anni di silenzio e preghiere aspettando un segnale da Ilmater qualcosa si era finalmente mosso nella giusta direzione! Speranze!.. Subito naufragate con la morte di Bonifacio. Ilmater era cosi’ fugace? Cosi’ divertita nel prendersi gioco di tutti i suoi figli piu’ devoti? La risposta doveva essere li, nel leggio.

Si avvicino’ a piccoli passi allo scrittoio.
Il buio non poteva di sicuro essere un’ostacolo: la chiesa, il giardino, i dormitori e la biblioteca stessa erano come una casa per lui – avrebbe potuto camminare senza vedere, e la luce fioca dell candela sarebbe servita solo al momento della lettura, non di sicuro per muoversi tra l’intricata maglia di sedie e scrivanie.

Finalmente raggiunse il leggio. Avrebbe voluto attendere ancora po’, far si che le acque si calmassero completamente, ma l’arrivo di quei quattro impiccioni aveva cambiato le carte in tavola rapidamente.
Doveva muoversi prima che scoprissero anche loro quello che aveva scoperto anche lui. Li aveva visti in biblioteca fare domande scomode, a scrutare sguardi e volti. Soprattutto quello moro, con atteggiamenti cosi’ signorili ed imperscrutabili, sembrava stesse cercando qualcosa con cura tra gli scaffali.

Sfoglio’ avidamente la bibbia di Ilmater per minuti, senza trovare alcuna traccia di quello che stava cercando. Scartabello’ ancora ed ancora cercando meticolosamente per ogni pagina ma nessuna traccia! Sparito! che i demoni si fossero portati con se il segreto di Bonifacio? o… se quegli impiccioni avessero gia’ scoperto tutto?

Sbatte’ con forza il pugno sul leggio provocando un rumore sordo che rieccheggio’ nella sala.

La sua ira non era di certo un’ottima alleata come la pioggia.

Si mise in testa il cappuccio del mantello, diede un rapido sguardo tutto intorno, spense la candela e prego’ che nessuno dal dormitorio limitrofo avesse il sonno leggero.
Si mosse con estrema confidenza tra leggii e scaffali pieni di libri, scomparendo nel buio graffiato dalla pioggia.

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